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domenica 1 maggio 1983

Eccezionali ciocchi di radica calabresi

(Da "Amici della Pipa", Anno VI - n. 3 maggio-giugno 1983, p. 15)

Ecco due foto fatte durante una mia recente visita presso l'artigiano Grenci. L'eccezionalità del ciocco ripreso in primo piano (assieme a mio figlio Adalberto, che ne ha in mano uno di proporzioni comuni) non è solo quella della qualità veramente unica – le fibre sono così fitte, vicine, che la “buccia” sembra destinata a dare pipe di gran classe – ma anche quella delle dimensioni: dopo che ne è stata eliminata quasi una metà perché difettosa, ciò che ne è rimasto pesa 53 kg! Nella seconda foto – che riprende me e Domenico Grenci – si vede un altro ciocco, che pesa 40 kg, ed è anche esso di ottima qualità.
 

Floro Caccia

giovedì 1 gennaio 1981

Domenico Grenci, Pipe di Calabria

(Da "Amici della Pipa", Anno V - n. 1 gennaio-febbraio 1982, p. 42)

In paesi come i nostri, ad economia prevalentemente contadina, l'artigianato ha sempre goduto di un particolare prestigio e di una collocazione ben precisa nella gerarchia socio-economica calabrese. Tradizionalmente l'artigiano era sempre stato colui che il proprio lavoro rendeva libero dai legami che vincolavano il contadino alla terra (e quasi sempre anche al padrone della terra).
Era pertanto ritenuto un privilegio la possibilità di mettere un figlio a bottega presso un artigiano; significava renderlo indipendente, libero dalla terra. «U Mastru» (il Maestro), dopo il padre era la persona che più contava nella vita di un ragazzo e «u discipulu» (il discepolo, l'apprendista) gli portava rispetto, gli doveva obbedienza, gli si legava con un vincolo di dipendenza-devozione e quasi sempre di affetto profondo e duraturo.